Purpo incontra un pesce che conta ossessivamente ogni bolla che sale verso la superficie. Dice che se ne perde anche una sola, succederà qualcosa di terribile. Ma cosa, esattamente, non lo sa nemmeno lui.
C'era un punto preciso del fondale — tra la Grotta dei Pensieri Persi e lo scoglio di Donna Assunta — dove le bolle uscivano dalla sabbia in fila, una dietro l'altra, come perle d'aria che si arrampicavano verso il cielo.
Purpo ci passava spesso. Gli piaceva guardarle salire. Non sapeva da dove venissero, e questo lo rendeva ancora più bello.
Fu lì che trovò Lello.
Lello era un pesce ago — lungo, sottile, con gli occhi enormi e le pinne che tremavano sempre un po', come se avesse freddo anche d'estate. Stava fermo davanti alle bolle con un'espressione concentratissima, e muoveva la bocca senza emettere suono.
«Che fai?» chiese Purpo.
Lello alzò una pinna senza girarsi. «Shhh. Diciassette... diciotto... dicianno— aspetta. Quella era doppia? Quella era doppia. Devo ricominciare.»
«Ricominciare cosa?»
«A contare le bolle.»
Purpo si guardò intorno. Le bolle uscivano dalla sabbia a decine, centinaia, in continuazione. Un flusso infinito.
«Tutte?»
«Tutte.»
«E da quanto le conti?»
Lello finalmente si girò. I suoi occhi erano cerchiati di scuro, come chi non dorme da giorni.
«Da sempre. Cioè... non mi ricordo da quando. Ma non posso smettere.»
Purpo si sedette sul fondale. Conosceva quel tipo di sguardo. L'aveva visto nella Medusa Gelsomina quando controllava venti volte se il suo scoglio era al posto giusto. L'aveva visto nel Cavalluccio Marino Gennaro quando ripassava la stessa strada tre volte per paura di aver dimenticato qualcosa lungo il percorso.
«Perché non puoi smettere?» chiese Purpo, senza fretta.
Lello abbassò la voce. «Perché se ne perdo una... succede qualcosa.»
«Qualcosa tipo?»
«Qualcosa... di brutto.»
«Ma cosa, esattamente?»
Lello aprì la bocca. La richiuse. Ci pensò su. «Non lo so» ammise. «Ma lo sento qui.» Si toccò il petto con la pinna. «Se smetto di contare, il pensiero diventa così forte che mi sembra di affogare. E io sono un pesce — noi non affoghiamo.»
Purpo annuì. Non lo interruppe. Sapeva che certi discorsi hanno bisogno di spazio, come le correnti.
«Sai cosa penso?» disse dopo un po'. «Che le bolle non ti hanno chiesto di contarle.»
Lello lo guardò confuso.
«Le bolle escono dalla sabbia. Salgono. Scoppiano in superficie. Lo fanno da prima che tu nascessi e lo faranno quando tutti noi saremo diventati fossili. Non hanno bisogno che qualcuno le tenga d'occhio. Sono bolle. Fanno le bolle.»
«Ma se ne perdo una...»
«Ne perdi mille al giorno. Mentre dormi, mentre mangi, mentre parli con me adesso — le bolle continuano a salire e tu non le stai contando. E guarda.» Purpo indicò il fondale intorno a loro. «Niente di terribile sta succedendo.»
Lello guardò. Il fondale era tranquillo. Un granchietto passeggiava. Un'alga ondeggiava. Le bolle continuavano a salire, indifferenti.
«Però...» Lello tremò. «Però il pensiero resta. Anche se so che è assurdo, il pensiero resta.»
Purpo allungò un tentacolo e lo posò sulla pinna di Lello. Leggero.
«Lo so. I pensieri brutti sono così. Non se ne vanno perché glielo chiedi. Ma sai cosa ho scoperto? Non devi farli sparire. Devi solo smettere di obbedirgli.»
«Come?»
«Tipo così. Quando il pensiero ti dice: conta le bolle o succederà qualcosa di terribile — tu rispondi: va bene, pensiero. Ti ho sentito. Ma io adesso faccio un'altra cosa.»
Lello rimase fermo. Le bolle continuavano a salire.
«E poi?»
«E poi il pensiero urla un po'. Si agita. Fa il dramma. Come la Medusa Gelsomina quando non la inviti alla riunione delle alghe. Ma dopo un po'... si stanca. E tu ti accorgi che il terribile non è arrivato. E la volta dopo urla un po' di meno.»
«E se invece il terribile arriva?»
Purpo sorrise. «Allora lo affronti. Ma lo affronti quando arriva davvero — non mille volte prima nella tua testa. Come dicono da queste parti: 'a paura fa chistu effetto: te fa sentì 'o dulore primma d''a ferita.»
«Cioè?»
«Che la paura ti fa sentire il dolore prima della ferita. E quello è il dolore peggiore — quello inventato. Perché almeno il dolore vero passa.»
Lello guardò le bolle. Per la prima volta non le stava contando. Le stava solo guardando. Salivano, luccicavano, scomparivano. Come piccoli pensieri che se ne andavano da soli.
«Sono belle» disse Lello, piano.
«Già» disse Purpo. «Quando smetti di contarle, le vedi davvero.»
Restarono lì un po'. In silenzio. Senza contare niente.
Poi Lello disse: «Purpo?»
«Dimmi.»
«Il pensiero sta urlando adesso.»
«Lo so. Che gli dici?»
Lello ci pensò. Poi, per la prima volta, sorrise. «Gli dico: ti ho sentito. Ma io adesso sto guardando le bolle con un amico.»
Purpo non rispose. Si limitò a restare lì, tentacolo sulla pinna, a guardare le bolle che salivano verso il mondo di sopra senza che nessuno le contasse.
E il mondo, stranamente, non finì.